Corriere Canadese

TORONTO – Di tagliare e smussare blocchi di marmo Lino non ne ha mai avuto intenzione; Tagliapietra, per ironia della sorte, è semplicemente il suo cognome. Sin dall’infanzia, il Maestro Lino Tagliapietra si è sempre confrontato con un materiale ben più delicato: il vetro. Godendo di un’esclusiva anteprima, lo abbiamo raggiunto presso la Sandra Ainsley Gallery qualche giorno prima della vernice della sua mostra, inaugurata lo scorso 13 maggio, per parlare con lui della sua arte e la sua carriera.
Maestro, Lei ha detto: «Il vetro è un materiale meraviglioso. Perché è vivo. Anche quando è freddo, continua a vivere. È legato al fuoco, all’acqua e alla natura stessa. Il vetro è la mia vita». Tuttavia, “una vita di vetro” pare un’espressione un po’ infelice, che evoca l’idea di freddezza e fragilità. Cosa ama del vetro?
“L’idea comune che si ha del vetro è quella di estrema fragilità. Storicamente tuttavia sono innumerevoli gli oggetti trovati e recuperati negli scavi archeologici ancora intatti, una resistenza che nessun materiale possiede. Nei musei ci sono vetri che hanno quasi duemila anni.  Il vetro va preservato con una certa cura e religiosità. È un materiale bellissimo. Certo, se si getta una coppa di cristallo per terra si romperà, ma anche un cubo di ferro immerso nell’acqua finirà per arrugginire e sgretolarsi”.
Cosa si ricorda della sua infanzia a Murano?
“Si andava a lavorare quasi per gioco: sin da piccolo mi sono sentito affascinato e interessato al vetro. Il vetro è legato all’arte, alla cultura, alla vita di tutti i giorni. Può essere capito da un architetto o da un poeta. Il vetro si lavora insieme ad altri materiali, con forza e con leggerezza, con il calore del fuoco e il freddo dell’acqua. È la sintesi di moltissime cose”.
Come avviene per Lei il processo creativo?
“Innanzitutto, mi affascina l’idea di lavorare, sono un gran lavoratore. Prima di cominciare un nuovo progetto non dormo la notte. C’è bisogno di una preparazione mentale. Lavorare il vetro vuol dire anche cercare di dare forma a sogni inespressi, sogni che a volte non hai il tempo o le possibilità tecniche ed economiche di realizzare. Ma bisogna sempre sognare. C’era un cavallo quest’anno al Kentucky Derby & Oaks di nome “Always dreaming”: ecco, io avrei scommesso su quel cavallo. L’attività umana in genere è legata alla natura, così come la materia vetro. È unica la libertà di lavorarlo, la capacità tecnica di esprimere quello che pensi. Posso immaginare un pezzo stranissimo, che potrà essere realizzato o forse no. Per me, il vetro è libertà e rispetto”. 
Qual è lo spartiacque tra artigianato e arte?
“Credo che qualunque oggetto abbia bisogno di una cultura, di un’espressione tecnica del lavoro. Il vetro è un’opera d’arte con un’energia, con una sua propria poesia che lo fa diventare un oggetto “super”. In America, negli anni ’60, era più importante l’idea della tecnica. Indubbiamente, c’è sempre bisogno di pensare all’oggetto. L’opera d’arte può essere anche un goto [piccolo bicchiere da pasto di uso comune] ma l’oggetto deve trasmettere il senso della bellezza, anche se è un oggetto piccolo. Lo stesso Rubens esprimeva qualsiasi sentimento con la sua capacità tecnica. L’arte è l’unione della tecnica e dell’idea”.
Parliamo di installazioni: come cambiano l’idea di arte?
“Penso che le installazioni abbiano una natura più commerciale. È un fatto di design, a volte possono risultare anche molto pacchiane. È la sintesi di un percorso forse più elaborato. Sta sostituendo l’affresco, l’oggetto d’arte di grandi dimensioni. L’installazione ha bisogno di rappresentatività, come se fosse una scultura o un quadro, diventa qualcosa in più. È come riprodurre un’immagine in grandi dimensioni. L’installazione è così: un’espressione cromatica e un disegno geometrico. Quello dell’installazione è un processo creativo che mi affascina”. 
Quale opera la rappresenta di più in questa mostra?
“È impossibile riassumere tutto in un unico oggetto. Onestamente non saprei. Qui esposti ci sono tanti “Lini”. Una mostra è un lungo discorso di vita e di esperienze. Lino ha sempre sperimentato: cambio più idee che camicie. Ogni oggetto è ciò che mi piacerebbe essere: come in un albero, ci sono tante radici che appartengono allo stesso tronco. L’importante è riconoscere Lino – l’albero – in ogni oggetto, anche per correttezza intellettuale”.
 
(La mostra resta aperta fino al 3 luglio 2017 presso la Sandra Ainsley Gallery, 100 Sunrise Avenue, Toronto)