Corriere Canadese

 
TORONTO - Ho letto con divertito compiacimento il dibattito suscitato dall’epiteto di “cafone in chief”, affibiato a Trump, un allocuzione che non dice tutto purtroppo sul personaggio ma che stranamente lo descrive coloritamente - anche se per difetto.
Ho seguito poi la forte presa di posizione di Rocco Galati che è un eccellente costituzionalista, meridionale come me d’altra parte, si è fatto prendere un po’ la mano. Ho poi scorso l’eccellente pezzo sul Corriere sulle peripezie della allocuzione “cafone”, un termine inflazionato che viene usato come una clava, arma suprema di insulto, per annichilire il malcapitato avversario.
Mi rendo conto che purtroppo  sarebbe una operazione titanica cercare di arginare l’uso corrente della parola cafone. Credo tuttavia che anche senza nutrire vane speranze vorrei  spezzare una lancia a favore dei Cafoni. È solo un modesto tentativo per difenderli dall’uso indiscriminato che si fa per offendere .
Nel 1933 usci il romanzo Fontamara di Ignazio Silone. A quel tempo emigrato in Svizzera perché membro del Partito Comunista e quindi perseguitato dal fascismo. Fontamara fu tradotto in 27 lingue e vendette un milione di copie, un fatto straordinario per quei tempi.
Fontamara è un piccolo villaggio immaginario ai margini del lago di Fucino nella Marsica, che era stato prosciugato dal Principe Torlonia. 
Silone dice che a Fontamara c’erano due strati sociali, i “galantuomini” ed i “cafoni”. In cima c’era Torlonia, poi  venivano gli amministratori di Torlonia, poi i cani degli amministratori di Torloni e infine i cafoni - lo strato più basso e povero della popolazione di cui nessuno si occupava perché da sempre considerati una specie inferiore.
In un passaggio Silone riporta un colloquio tipico: “E noi?” Gli rispondemmo, “non siamo uomini  anche noi?”. “Voi siete cafoni” ci rispose quello, “carne abituata a soffrire”.
Per Silone, “Fontamara somiglia  dunque per molti lati a ogni villaggio meridionale il quale sia... un po’ più arretrato e misero e abbandonato degli altri”. 
Quindi un microcosmo di una condizione umana diffusa e peraltro narrata da altri scrittori come Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli.
Ma nel Cafone Silone vede racchiusa la speranza: “Quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà un nome di rispetto, e forse anche di onore”. 
Non mi illudo che qualcuno si fermi a meditare per un secondo sulla profonda umanità e il senso di  redenzione da una condizione di sfruttamento di povertà e di soprusi di cui i cafoni erano vittime.
Perciò sto dalla parte del cafone.
 
Odoardo Di Santo è un 
editorialista del Corriere 
Canadese. In passato 
è stato deputato provinciale 
nelle fila dell'Ndp
 

About the Author

Odoardo Di Santo

Odoardo Di Santo