Corriere Canadese

 TORONTO - Il 2016 ormai agli sgoccioli ci aveva lasciato con le orribili immagini della strage al mercato di Natale di Breitscheidplatz, a Berlino. Il 2017 si apre con il folle massacro in un night club di Istanbul. 

E se nel brutale attacco in Germania era morta una giovane ragazza italiana, in Turchia è il Canada a dover piangere la barbara uccisione di una canadese. Purtroppo è ancora una volta il sangue il filo che lega la fine e l’inizio di un nuovo anno, sangue versato da vittime innocenti colpevoli solamente di vivere una vita normale.
Il messaggio, che ci viene ripetuto anche in questo ultimo capitolo della folle jihad dello Stato islamico, è sempre lo stesso: “Non potrete vivere più sicuri, violeremo sistematicamente la percezione della sicurezza nella vostra quotidianità: in aereo come a teatro, in treno come nella metropolitana, al bar come allo stadio, al mercatino di Natale come al night club”.
E d’altro canto questa crociata all’incontrario viene proprio combattuta su questa percezione: negli occhi dei nuovi barbari non è il numero di vittime che conta, o l’importanza strategica di una determinata azione armata. Ciò che interessa davvero è l’impatto psicologico che un attacco genera nella tanto odiata società occidentale. 
Nei prossimi mesi saremo costretti ancora una volta a fare i conti con le nostre paure, i nostri timori, le nostre fobie. In aggiunta avremo delle incognite a rendere la situazione ancora più esplosiva. La prima è rappresentata da Donald Trump. Il presidente eletto, durante la campagna presidenziale ha preso delle posizioni estremamente controverse nei confronti dei musulmani, andando addirittura a promettere il divieto di ingresso negli Stati Uniti. Quando sarà alla Casa Bianca le sue provocazioni potrebbero peggiorare la situazione, acuire lo scontro e farci precipitare ancora di più nel baratro. Un discorso simile si può fare per il conflitto in Iraq: la liberazione di Mosul e - in futuro - di Raqqa potrebbe fungere da detonatore per i tanti lupi solitari pronti ad attaccare in tutto il mondo.
Come se ne esce? Per ora abbiamo visto che la risposta militare non ha frenato gli attacchi terroristici. Una stretta sull’immigrazione è destinata ugualmente a fallire. Muri, recinti e muretti si sono dimostrati del tutto inefficaci, specialmente quando - vedi gli attacchi a Parigi, a Bruxelles o anche al parlamento canadese - il terrorista non è straniero, ma è nato nel Paese che sta attaccando. Ecco allora che diventa fondamentale sostenere l’islam moderato e la stragrande maggioranza dei musulmani che vogliono vivere pacificamente rispettando le altre religioni. Perché la lotta contro l’estremismo e il fanatismo si può vincere solamente mandando in cortocircuito il collegamento tra i reclutatori e le fasce più a rischio di radicalizzazione.

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Francesco Veronesi

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