Corriere Canadese

TORONTO - Il compito della legge elettorale è molto semplice, almeno sulla carta: tradurre in seggi il voto degli elettori. Semplificando, possiamo dire che esistono due sistemi chiave: quello maggioritario e quello proporzionale. In mezzo, troviamo una miriade di ibridi, tra proporzionali con premi di maggioranza, o maggioritari con una quota proporzionale e decine di sistemi misti. La legge elettorale maggioritaria - che a sua volta è a turno unico, tipica del mondo anglosassone, o a doppio turno, come quella in vigore in Francia - ha un pregio e un difetto. Il pregio è quello di garantire, almeno in linea teorica, una maggiore governabilità per la forza politica che vince le elezioni. Molto spesso per il primo partito è sufficiente ottenere la maggioranza relativa dei voti per conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. È il caso del Canada: alle ultime elezioni i liberali di Justin Trudeau hanno ottenuto il 39,5 per cento del voto popolare, ma avendo vinto nella maggior parte dei seggi, hanno ottenuto la maggioranza assoluta alla House of Commons.
Il difetto di questo sistema è il deficit di rappresentatività: un partito può ottenere anche milioni di voti, ma se non riesce a vincere nemmeno in un distretto elettorale, non ha diritto neanche a un deputato. È il caso dei Verdi in Canada, che per anni non sono riusciti a entrare in parlamento nonostante un significativo consenso nel Paese. 
I sistemi proporzionali sono l’esatto opposto: garantiscono rappresentatività ma limitano la governabilità. Il proporzionale puro è un’istantanea dei rapporti di forza partitici e traduce alla lettera la forza elettorale di un partito nei seggi che gli spettano in parlamento. Senza una correzione in senso maggioritario, questo sistema - in apparenza più democratico - è destinato a produrre instabilità di governo. Ecco allora che sono stati pensati e approvati in tutto il mondo sistemi misti, che cercano di coniugare i pregi del maggioritario con quelli del proporzionale: ma i risultati spesso non sono stati troppo incoraggianti.
Il Canada ha sempre avuto un sistema maggioritario a turno unico. Trudeau nella sua piattaforma programmatica aveva promesso al Paese la svolta, ma è stato costretto a rimangiarsi la parola. “Scarso interesse da parte degli elettori”, è stata la sua giustificazione, “nessuna convenienza a cambiare” dicono i maliziosi, che sottolineano come con l’attuale sistema, arrivando attorno alla soglia del 40 per cento, si può legittimamente aspirare ad arrivare a un governo di maggioranza.
In Italia, dopo cinquant’anni di monolitica presenza del proporzionale che produsse il Pentapartito - con qualche sporadico e azzardato salto nel buio, vedi la famigerata Legge Truffa del 1953 - nel 1993 si arrivò al Mattarellum che spazzò via la vecchia classe dirigente e i partiti tradizionali: la legge era maggioritaria con una correzione (25% dei seggi) proporzionale. Poi, dal 2005 al 2015 si è avuto il Porcellum, quindi l’Italicum, entrambe bocciate in parte dalla Corte Costituzionale. E ora si dibatte sulla nuova riforma. 
Sia che si senta l’esigenza politica di cambiare la propria legge elettorale, sia che si ritenga più utile salvare lo status quo, vale la pena ricordare ancora una volta che non esiste un sistema elettorale perfetto. Puntare sulla governabilità, preferire la rappresentatività, o cercare un giusto compromesso tra queste due esigenze sono tutte posizioni legittime. A patto che la traduzione del voto non costituisca un cortocircuito democratico, come è avvenuto negli Stati uniti. Dove per l’elezione del presidente - e non quella dei rappresentanti del Congresso - è ancora in vigore l’arcaico sistema di voto dei grandi elettori o delegati distribuiti nei vari Stati, che portano al paradosso di uno sconfitto - Hillary Clinton - che prende quasi 3 milioni di voti in più rispetto al vincitore, Donald Trump. Quella è l’unica strada che Canada e Italia devono evitare di percorrere.

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Francesco Veronesi

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