Corriere Canadese

TORONTO - Un netto cambio di marcia sul fronte immigrazione. 
È questa una delle esigenze di governo che evidentemente hanno portato Justin Trudeau a cambiare uno dei sui tasselli chiave nel complesso mosaico dell’esecutivo federale con l’allontanamento del ministro John McCallum e la promozione di Ahmed Hussen. In 14 mesi dall’entrata in carica del governo liberale, dopo la vittoria elettorale del 2015, i principali nodi che gravavano sul dipartimento dell’Immigrazione, della Cittadinanza e dei Rifugiati non sono stati sciolti e il primo ministro ha deciso di voltare pagina. La bocciatura di McCallum - un politico con una lunga esperienza alle spalle, essendo entrato alla House of Commons nel 2000 - addolcita con la nomina delle stesso ex ministro al ruolo di ambasciatore canadese in Cina, è nata per un evidente immobilismo ministeriale sui file più scottanti, ai quali in questi mesi non sono state trovate soluzioni concrete. Tra tutti, l’annosa questione dei lavoratori stranieri senza documenti che stanno chiedendo a gran forza la creazione di un percorso procedurale che porti alla graduale regolarizzazione - la parola “amnistia” spaventa, ma la direzione è quella - la necessità di rimettere mano ai disastri provocati dall’Express Entry degli ex ministri Jason Kenney e Chris Alexander, il bisogno di ricomporre con coerenza il rompicapo rappresentato dal programma sui lavoratori stranieri temporanei, il dovere infine di un ripensamento complessivo del settore dell’immigrazione per farlo tornare ad essere uno dei motori economici del Canada.
Ora la scelta di Hussen per un ruolo così importante e delicato ha chiaramente una portata simbolica che non può - e non deve - essere sottovalutata. Il deputato eletto nel 2015 nel distretto di York-South Weston non solo è il primo ministro di origine somala della storia canadese, ma è anche una persona che ha vissuto sulla propria pelle le difficoltà legate all’immigrazione. Hussen infatti arrivò in Canada come rifugiato quando aveva sedici anni. 
Proprio questo elemento, però, porta con sé anche delle insidie, delle zone d’ombra e degli equivoci sui quali deve essere fatta chiarezza. La problematica legata ai rifugiati è di grande importanza ed è giusto e legittimo, per un governo, fare tutto il possibile per dare risposte concrete e durature. 
Un ministro che da ragazzo ha vissuto in prima persona queste problematiche avrà sicuramente in mente delle soluzioni a lunga scadenza che potranno portare a dei risultati. 
Ma allo stesso tempo, ed è questo il grande equivoco che Hussen dovrà risolvere, i problemi che continuano a zavorrare il dipartimento dell’Immigrazione non possono essere ridotti alla singola questione dei rifugiati. 
Hussen quindi dovrà intervenire su questo fronte, con la dovuta sensibilità frutto della sua esperienza personale, senza però dimenticarsi di tutto il resto. 
Perché ci sono decine di migliaia di famiglie che vivono in Canada in un regime di semilegalità, persone che lavorano e che sono completamente integrate ma che non sono in regola con i documenti. Su questo Hussen non dovrà fare gli stessi errori del suo predecessore: il non fare nulla, cioè, per paura di scontentare qualcuno.

About the Author

Francesco Veronesi

Francesco Veronesi

More articles from this author