Corriere Canadese

TORONTO - Sarà il nucleo investigativo dell’Ontario Provincial Police a indagare le circostanze che hanno determinato l’annegamento del 15enne Jeremiah Perry (nella foto) avvenuto il 4 luglio durante una gita scolastica all’Algonquin Park. Il ragazzo è stato improvvisamente inghiottito dalle acque del Big Trout Lake e non è più riemerso: il suo corpo senza vita è stato riportato a riva dai sommozzatori il giorno seguente.
La tragedia ha scatenato molte polemiche: lo scorso mercoledì il direttore all’Istruzione del Toronto District School Board John Malloy ha ammesso che nonostante lo studente non avesse superato il test di nuoto gli è stato consentito di partecipare alla gita. Come Perry, altri 15 studenti dei 32 partecipanti, non hanno superato la prova obbligatoria di nuoto. La scorsa settimana il ministro dell’Istruzione Pubblica dell’Ontario Mitzie Hunter ha dichiarato che, in seguito alla morte di Perry, saranno riesaminati tutti i regolamenti dei provveditorati che riguardano questo tipo di gite.
I due insegnanti che hanno organizzato la gita e che avevano il compito di supervisionare i ragazzi su consiglio del loro consulente legale si sono rifiutati di parlare di quanto accaduto.
TORONTO - Unfair, bureaucratic, excessively dependent on language proficiency, and unresponsive to the real needs of the labour marketplace.
Canada’s immigration system, turned on its head during nine years of reactionary policies developed under a Reform-Conservative government, continues to labour under the weight of its shortcomings – exhibiting the stresses of its limitations and shortcomings, particularly its Express Entry program.
For several years, the Corriere Canadese has critiqued the weaknesses in the system, its lack of balance, the need for a fundamental shift on the importance demanded for knowledge of either official language, and, the absurd point system that rewards “highly qualified and educated” applicants while Canada need skilled and semi-skilled workers – especially in the construction industry.
One looks for inspiration wherever it is available. South of our border, the American President, Donald Trump, be-devilled by scandals, Russiagate, reforms promised but unfulfilled, a cycle of staff turnover and mind-boggling tweets that pass for policy and run the risk of placing in jeopardy the fundamental principles of American democratic institutions, has now decided to stir the pot further by laying his hands on the immigration sector.
His planned reform package will emphasize ability in the English language as a fundamental prerequisite as well as grid based on a point system for all aspiring applicants. Initiative universally panned and decried by pundits, commentators and a large portion of the political class as likely unconstitutional, certainly non-American. They claim the proposals are headed for defeat.
Stephen Miller, special advisor to the president, in a heated and combative exchange with journalists during a press conference on the issue, admitted that Trump was inspired by the systems current in (of all places) Canada and Australia.
That’s it. If one needed a final seal of condemnation, a final bit of evidence that our immigration system is deficient and faulty, then we have it: we have become the model and justification for the Trump creation.
Fortunately, perhaps, in the United States, the proposals have already been “cut off at the pass”. Here in Canada, we have had to endure the absurd consequences of these proposals for far too long. 
Meanwhile, the current government has yet to see its way clear to a path that dissociate the country form the plan and to replace it with one that is fairer, more balanced, more flexible and more responsive to the real needs of the Canadian labour market.
 
TORONTO - Non si arretra di un millimetro: il Canada difenderà il meccanismo che regola la risoluzione delle dispute nel Nafta. La conferma arriva ora anche direttamente da Justin Trudeau, che ha ribadito l’importanza di avere a disposizione dei pannelli indipendenti e binazionali per dirimere le controversie di natura doganale con gli Stati Uniti. Un sistema - è questa la tesi del primo ministro canadese - che ha dato dimostrazione in tutti questi anni di una grande affidabilità, di imparzialità e di efficienza. “Come il nostro ambasciatore ha detto agli americani la scorsa settimana - ha dichiarato Trudeau - un sistema giusto per la risoluzione delle dispute è essenziale per ogni accordo commerciale firmato dal Canada e riteniamo che questo continui ad esserlo anche per il nuovo negoziato sul Nafta”. 

TORONTO - Ottawa scalda i muscoli in vista del riavvio del negoziato sul Nafta. Mentre l’amministrazione americana la scorsa settimana ha scoperto le carte con la presentazione di un documento programmatico nel quale sono indicati gli obiettivi degli States in vista del primo round di negoziati, il governo canadese ha deciso in questi giorni di adottare una linea soft, senza annunci e prese di posizioni ufficiali. Ma dalle stanze del potere di Ottawa iniziano a trapelare alcune indiscrezioni che confermano come, in sostanza, il governo canadese non sia disposto a fare troppe concessioni su alcuni punti chiave del trattato di libero scambio entrato in vigore nel 1994. 
Sembra ormai assodato, ad esempio, che il Canada non voglia rinunciare al Chapter 19, cioè al meccanismo messo in piedi per la risoluzione delle dispute tra Stati riguardo dazi doganali e misure “anti dumping”, cioè l’applicazione di tariffe doganali quando un determinato bene viene immesso su un mercato estero a un prezzo inferiore rispetto a quanto viene venduto nel mercato nazionale. Durante le fasi finali dalla trattativa che portò il Canada, gli Usa e il Messico alla firma del trattato di libero commercio, quello del Chapter 19 divenne una conditio sine qua non imposta dall’allora primo ministro Brian Mulroney: senza questo meccanismo, il Canada si sarebbe tirato fuori dalla trattativa. Oggi, il governo di Justin Trudeau si trova nella stessa posizione: si può ridiscutere tutto, ma non il Chapter 19.
E questo - sottolineano gli analisti - perché negli anni il Chapter 19 è stato un prezioso strumento di tutela. Quando sorge una disputa per un determinato prodotto, viene creata una commissione indipendente e binazionale che sostituisce i singoli tribunali nazioni. Dalla sua entrata in vigore, il Chapter 19 è stato utilizzato 73 volte: stando a quanto riportato sul website del Nafta, le dispute hanno riguardato i prodotti più disparati, dal magnesio ai pomodori, passando per i capi di bestiame e l’acciaio.
Un’eventuale rinuncia al Chapter 19 potrebbe incanalare tutte le dispute di questo tipo all’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), una strada questa che il governo canadese non è pronto a percorrere per due motivi: i tempi che si allungherebbero di molto e la scarsa capacità coercitiva dello stesso WTO sul fronte dei dazi e delle tariffe doganali.
In ogni caso i sette round di negoziati - il primo durerà dal 16 al 20 agosto - rappresentano il primo vero test internazionale per Trudeau di fronte a un’amministrazione americana poco disposta a fare sconti. 
 
Sandra Banner
 
TORONTO - È molto raro per parecchi canadesi essere curati con tempestività.
Secondo un rapporto recente del Canadian Institute of Health Information, meno della metà riesce ad ottenere un appuntamento dal dottore in giornata o per il giorno dopo.
Il 56 per cento dei canadesi deve attendere più di un mese per un consulto specialistico.
Queste statistiche sono un deciso avvertimento: nella nazione cresce la mancanza di medici, soprattutto quelli di base. 
Più di quattro milioni e mezzo di canadesi e cioè quasi il quindici per cento della popolazione al disopra dei dodici anni, non ha un medico curante.
I leader del Canada devono darsi da fare per rimediare a questa carenza.