Corriere Canadese

TORONTO - Ventisette anni, studente di scienze politiche e antropologia all’università di Laval, residente nel quartiere di Cap-Rouge, una grande ammirazione per Marine Le Pen, Donald Trump e la destra israeliana. È questo il profilo di Alexandre Bissonnette, l’uomo arrestato dalla polizia di Quebec City
 per la carneficina compiuta domenica sera nella moschea del “Centre Culturel Islamique de Québec”. Dopo la strage gli inquirenti avevano fermato anche un secondo sospetto, Mohammed Belkhadir, ma in seguito a un lungo interrogatorio l’uomo era stato rilasciato. Nel frattempo, le autorità hanno fornito il bilancio definitivo della mattanza di domenica sera:  sei vittime, diciannove feriti, cinque in condizioni disperate. Gli inquirenti non hanno confermato l’identità delle vittime. L’Università di Laval ha invece fatto sapere che un suo professore di Scienza dell’alimentazione, Khaled Belkacemi, ha perso la vita nell’attentato. Secondo LaPresse, le altre vittime si chiamerebbero Azzedine Soufiane, Karim Hassan, Boubaker Thabti, Mamadou Tanou Barry e Ibrahim Barry.  
In questa fase preliminare dell’inchiesta gli inquirenti non si sono voluti sbilanciare sul possibile movente, un tassello importante di un puzzle investigativo estremamente complicato. In queste ore gli investigatori stanno scavando nel passato di Bissonnette. 
Sul punto non sono arrivate conferme ufficiali, tuttavia mettendo insieme gli elementi portati a galla da più fonti, siamo in grado di fornire un primo profilo che potrebbe poi trovare conferma nei prossimi giorni. 
Secondo la Sûreté du Québec, dalle prime informazioni raccolte  Bissonnette non farebbe parte di alcun gruppo organizzato.  Ma secondo SITE, il sito di intelligence specializzato sulle attività dei jihadisti, Bissonnette sul suo profilo Facebook aveva più volte inneggiato a Marine Le Pen, Donald Trump e alle forze di estrema destra israeliana. Un ritratto che trova in qualche modo conferma da quanto reso noto dal gruppo Facebook di Quebec City “Bienvenue aux réfugié”: “Bissonnette purtroppo è conosciuto da molti attivisti a Quebec City per le sue posizioni sull’identità, a favore di Le Pen e antifemministe all’Università di Laval e sui social network”.
Stando alla ricostruzione fornita ieri mattina dalla polizia, l’attacco avrebbe avuto luogo poco prima le 8 di domenica sera, mentre nella moschea “Centre Culturel Islamique de Québec” si trovavano non meno di 80 fedeli riuniti in preghiera. L’assalitore ha fatto irruzione e ha aperto il fuoco sulla folla. In quel momento nella moschea c’erano anche molti bambini, che per fortuna si trovavano al secondo piano dell’edificio. L’attentatore a questo punto è scappato a bordo di un Suv e dopo una breve fuga, ha chiamato il 911 e ha aspettato la polizia: quando gli agenti sono arrivati, non ha opposto resistenza. “Abbiamo trovato un’arma nel suo veicolo - ha confermato l’ispettore della polizia di Quebec City Denis Turcotte - e ha sostanzialmente ammesso ciò che aveva appena fatto. Sembrava voler cooperare con noi, ci ha chiamato e ha aspettato il nostro arrivo”. L’arresto è avvenuto a circa cinque chilometri dal luogo teatro della strage. 
Dopo la sparatoria, tutte le persone presenti nella moschea sono state ascoltate dalla polizia impegnata nel raccogliere il maggior numero di informazioni possibili utili per le indagini. Secondo alcune testimonianze, l’assalitore - che aveva il volto coperto da un passamontagna - avrebbe parlato con un marcato accento francese. Secondo altri, avrebbe urlato “Allah Akbar” mentre scaricava il suo fucile automatico contro i fedeli riuniti in preghiera. Un dettaglio questo che è stato smentito dettaglio dagli inquirenti. 
Sta di fatto che, mettendo da parte i possibili sviluppi delle indagini, in passato il Centre Culturel Islamique de Québec era stato bersaglio di atti di intolleranza. Nel giugno del 2016 davanti alla porta della moschea era stata lasciata una testa di maiale con la scritta “bon appétit”. 
Nel 2014 - e anche in questo caso il fatto era stato denunciato alla polizia - alcuni volantini erano stati appesi alla porta del moschea. Il messaggio non lasciava spazio a troppe interpretazioni: “Islam hors de chez moi”, l’Islam fuori dal mio Paese.
Episodi che sono ovviamente al vaglio degli inquirenti impegnati nelle indagini. In ogni caso, prima l’Rcmp, poi lo stesso primo ministro Justin Trudeau e il premier del Quebec Philippe Couillard, hanno parlato apertamente di atto terroristico. 
“È lancinante vedere tanta violenza insensata - ha fatto sapere Trudeau -  i canadesi sono addolorati per le vittime dell’attacco codardo alla moschea a Quebec City. I miei pensieri in questo momento vanno alle vittime e alle loro famiglie. La diversità è la nostra forza e la tolleranza religiosa è un valore che noi, come canadesi, abbiamo a cuore. I musulmani canadesi sono una parte importante del nostro tessuto sociale nazionale e questi atti privi di senso non hanno diritto di esistere nelle nostre comunità, nelle nostre città e nel nostro Paese”. 
Una presa di posizione che è stata ribadita ieri pomeriggio da Trudeau durante un suo intervento alla House of Commons. “Senza alcun dubbio questo è stato un attacco terroristico - ha detto - ma i canadesi non saranno intimiditi. Non risponderemo alla violenza con la violenza, ma con amore e tolleranza”.

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Francesco Veronesi

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