Corriere Canadese

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TORONTO - S’infiamma la corsa alla leadership tory. Se nelle ultime settimane del 2016 ad alimentare il dibattito era stato il fuoco incrociato contro Kellie Leitch e la sua proposta di introdurre un test ideologico per gli immigrati, con l’arrivo del nuovo anno l’attenzione si è spostata si Kevin O’Leary. Che, è bene sottolinearlo, non ha ancora ufficializzato la propria candidatura ma ha avviato una lunga serie di consultazioni - a livello politico, economico e con la base - per verificare se vi sia un sufficiente supporto a una sua eventuale discesa in campo. È evidente che i 13 candidati in corsa vedano nel popolare volto televisivo una minaccia concreta e la conferma è arrivata dall’ex ministro Lisa Raitt, che ha addirittura lanciato un sito web (www.stopkevinoleary.com) per contrastare la possibile candidatura di O’Leary. 
 Secondo l’ex esponente del governo Harper, O’Leary sarebbe un acceso sostenitore della carbon tax e avrebbe più volte offeso i veterani, i soldati, i poveri, minacciando - durante una delle sue sparate provocatorie - di mettere in galera i membri del sindacato. Insieme alla Leitch - ha poi aggiunto la Raitt - Kevin O’Leary ha evidentemente fatto tesoro della lezione che ci è arrivata dalle recenti elezioni americane dove è stato messo in risalto lo stile negativo e un populismo irresponsabile». Una figura «divisiva - ha continuato - che farebbe crollare il nostro partito».
Tutte accuse che ovviamente sono state rispedite al mittente. O’Leary infatti ha sottolineato come in passato non abbia mai sostenuto la necessità di introdurre una carbon tax e come, almeno per quanto riguarda le politiche sull’immigrazione, tra lui e Trump vi siano distanze abissali. «Sono figlio di immigrati - ha dichiarato - sono mezzo libanese e mezzo irlandese. Non credo nei muri, questa non è la mia visione di Canada e non lo sarà mai. Io celebro il nostro Paese multiculturale perché io sono una parte di questo e perché mi è stata data una opportunità enorme».
Insomma, il popolare volto televisivo - diventato estremamente ricco dopo aver venduto la sua azienda e dopo aver portato a termine investimenti finanziari in numerosi settori - ha deciso di prendere le distanze dal presidente eletto americano, a differenza della Leitch che continua a spingere l’acceleratore su numerose tematiche che hanno caratterizzato la campagna presidenziale del magnate del mattone. La sua proposta di introdurre un test ideologico per gli immigrati, con la ovvia conseguenza di porre un freno all’immigrazione da determinate zone geografiche del mondo, continua a far discutere anche perché tutti i candidati in corsa per raccogliere il testimone di Stephen Harper alla guida del partito l’anno bocciata senza possibilità d’appello. C’è tempo fino al 24 febbraio per candidarsi, mentre il nuovo leader del partito sarà eletto il 27 maggio 2017.
TORONTO - Un giovane italocanadese di Keswick, in Ontario è morto prima di Natale al confine tra Siria e Turchia combattendo l’Isis. 

TORONTO - Economia e crescita, popolarità e sviluppo, ambiente e rapporti con gli Stati Uniti. 

TORONTO - La Merkel ha un “voluminoso” problema di vendita di armi a stati da molti considerati canaglia, con i conseguenti rivoli che potrebbero condurre verso il terrorismo internazionale. È la prima volta che una tale denuncia viene fatta non dai soliti gruppi di pacifisti o di Amnesty International, ma nientedimeno che dal Comitato coordinatore delle gerarchie delle Chiese Luterane e Cattoliche di Germania, il GKKE, per bocca del presidente Martin Duzman. 
Non è una minaccia a vuoto perché alle imminenti elezioni politiche potrebbe essere messo a repentaglio il consueto appoggio delle gerarchie cattoliche e luterane al partito della Merkel.
La Germania è uno dei maggiori esportatori di armi. Nel 2015 ha avuto un volume di affari di 12.82 miliardi di euro (circa 19 miliardi di dollari).
Ma la Germania non è l’unica nazione a vendere armi, specialmente ai paesi del terzo mondo, dove il rispetto dei diritti umani è una nozione sconosciuta e dove l’economia langue per mancanza di investimenti.
È di pochi giorni fa la notizia del Congressional Research Service, una divisione non politica della Biblioteca del Congresso Americano che ha rilasciato il documento “Conventional arms transfer to developing Nations”, da cui risulta che nel 2015 gli USA hanno venduto ai paesi in via di sviluppo US $40 miliardi di armi.
Gli Stati Uniti sono il maggior paese esportatore di armi del mondo, seguito dalla Francia con 15 miliardi di US $ di vendite.
Il Piccolo Qatar con una popolazione di poco più di 2 milioni di persone ha comperato 17 miliardi di dollari di armi, seguito dall’Egitto, paese con una povertà rampante, che ne ha acquistato 12 miliardi e naturalmente la solita Arabia Saudita che ne ha acquistato solo 8 miliardi.
Francia e Stati Uniti, lo scorso anno, hanno aumentato le vendite di armi mentre globalmente le vendite si sono attenuate,ironicamente, a causa delle cattive condizioni economiche.
 La Russia è un altro paese con forti esportazioni di armi, cui si aggiunge la Cina che è entrata nel lucrativo mercato recentemente.
I paesi che comprano più armi sono il Qatar, l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Corea del Sud, il Pakistan, Israele, gli Emirati Arabi e l’Iraq. Oltre Francia, Stati Uniti, Russia e Cina, i maggiori esportatori di armi sono: la Svezia,l’Italia,la Germania, la Turchia, la Gran Bretagna e Israele.
Ed il Canada? Fino al 2014 il nostro paese non faceva parte del gruppo dei paesi mercanti di armi.
Poi Harper firmò un contratto di 15 miliardi di dollari, con l’Arabia Saudita per la fornitura di veicoli militari da guerra armati di mitragliatrici e cannoni di medio e grosso calibro.
Tutto in cambio di 1.500 posti di lavoro in Canada, o almeno così  dissero. 
Dopo le elezioni, si sperava che l’accordo fosse rescisso.
Il nuovo governo si trovò con una polpetta avvelenata, una matassa non semplice da dipanare. Il Ministro degli Esteri Stephane Dion ha cercato di dare un senso all’accordo, ma senza successo, a parere di molti.
Persino gli Stati Uniti di fronte allo scellerato uso nel Yemen delle armi vendute all’Arabia Saudita, ha deciso di ridurre la vendita di certe armi.
I carri armati leggeri canadesi avrebbero dovuto proteggere la monarchia da minacce interne. Secondo il Globe and Mail i carri armati venduti precedentemente all’Arabia Saudita sono stati usati in Yemen dove sono stati uccisi 10.000 civili.
Il ministro Dion, lo scorso aprile, autorizzò la vendita ed oggi non mostra segni di resipiscenza, nonostante le brutalità perpetrate in Yemen e le restrizioni decise da Obama.
Il Ministero degli Esteri secondo il Globe and Mail avrebbe giustificato il permesso di vendita per aiutare l’Arabia Saudita a “contrastare l’instabilità nel Yemen”.
Ma la decisione di vendere armi all’Arabia Saudita va oltre la politica. L’Arabia Saudita è uno dei peggiori trasgressori dei diritti umani. Un paese da incubo. La vendita di armi all’Arabia Saudita non è un normale affare. Va contro tutti i principi in cui noi canadesi crediamo. 
Il Canada fu uno dei promotori dell’abolizione delle mine antiuomo. Il Ministro degli esteri Lloyd Axworthy ne fece una crociata coronata dal Trattato di Ottawa nel 1997. Pearson disinnescò la crisi di Suez.Mulroney fu contro l’apartheid in Sud Africa. È tempo per il Canada di tornare ad essere lo sceriffo buono che il mondo ha tanto apprezzato.