Corriere Canadese

TORONTO - La comunità italocanadese paga, a caro prezzo, gli errori del passato. Le mancanze, le debolezze, le incertezze di un’autoproclamata leadership poco lungimirante, hanno caratterizzato un percorso che non è stato di crescita e sviluppo, ma di stagnazione e a volte regresso. 
Tony Nardi, noto regista, drammaturgo e scrittore, è intervenuto nel dibattito sulla nostra comunità avviato da un post di Corrado Paina pubblicato sulla sua pagina Facebook. E se a tratti la diagnosi sullo stato di salute della nostra comunità combacia con quella del direttore dell’Icco, è nella ricerca delle cause e nella indicazione delle strade da percorrere in futuro che le due analisi prendono direzioni diverse. 
“Condivido - scrive Nardi - alcuni dei sentimenti di Corrado, ma soprattutto rispetto alla critica verso la cosiddetta comunità, verso ciò che manca”. Secondo Nardi esistono delle responsabilità che devono essere indicate. “La mancanza di iniziative a breve e lungo termine lungo gli anni da parte delle organizzazioni di punta e dei loro leader, in particolare il Congresso Nazionale degli Italocacanadesi, il Columbus Centre, la Canadian Italian Business and Professional Association e l’Italian Chamber of Commerce of Ontario e di tutte le piccole organizzazioni che presumibilmente hanno agito e parlato a nome della comunità, è stata una tragica realtà sin da quando sono arrivato in città nel 1982”. 
Ma allo stesso tempo, la responsabilità va condivisa anche con media, “Telelatino, CHIN, Corriere Canadese, Channel 47 a Toronto, Omni”. Tra i problemi indicati da Nardi, un legame con un passato ormai lontano a discapito di un investimento - culturale, artistico - sui giovani. 
“Le organizzazioni di peso della comunità hanno sempre favorito gli autoglorificanti picnic e la baldoria barocca, rispetto a una discussione seria sulla cultura e sull’incoraggiamento ai talenti innati e latenti di tanti membri della comunità, specialmente dei giovani”. Allo stesso tempo, però, secondo Nardi la comunità dovrebbe valorizzare la consapevolezza della sua origine popolare: “Gli italocanadesi derivano dalla classe lavoratrice, con un background contadino”. 
Anche perché - continua - “parole come visione o urgenza collettiva non escono certo dalla bocca e dal cuore della maggioranza degli italocanadesi, ma da una piccola minoranza, come quella che sta cercando di archiviare la storia della comunità e di prescrivere il suo futuro”. Ecco allora che si arriva al punto di maggiore frizione. “Mi preoccupo - ammette - quando leggo termini come Memory Group e Legacy Group. Memoria di chi? Lascito di chi? Chi decide quale parte della storia si qualifica come storia che vale la pena archiviare e o che dovrebbe essere dimentica?”. “Mi sentirei meglio in un regime di Mussolini, dove l’obiettivo è chiaro, che in questa palude di annunci e piani generici e gridati, dove la comunità italiana recita un ruolo di protagonista, fondatrice”. 
Insomma, perché affidare a una classe dirigente comunitaria che ha già fallito il compito e la responsabilità di scrivere, in sostanza, la storia della nostra comunità, e di guidare gli italocanadesi verso il futuro? Chi sono questi leader? Chi li ha scelti? E non si correrebbe - si chiede Nardi - il rischio concreto di una possibile mistificazione del passato, di una manomissione più o meno volontaria di ciò che è stata la comunità? Come scriveva Orwell - ammonisce Nardi - “colui che controlla il passato controlla il futuro, colui che controlla il presente controlla il passato”.
Serve quindi un altro progetto per uscire dalla “palude”. Meno elitario ma più partecipativo. Insomma, non servono palazzi, ma idee. 
“Il modo per assicurarci che il controllo della Memoria e del Lascito non cadano nelle mani di pochi, è il dare avvio a un Consiglio italocanadese delle arti e della scienza, per essere sicuri che tutti gli artisti e gli studiosi italocanadesi che cadono tra le crepe istituzionali del sostegno pubblico canadese, abbiano il sostegno di cui hanno bisogno, per qualsiasi progetto creativo o di ricerca che vorranno intraprendere. E lasciamo che quello parli per l’intera comunità invece di drammatizzare e forzare una narrazione collettiva per la posterità”. 

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Francesco Veronesi

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