Corriere Canadese

TORONTO - Il 2017, in Abruzzo è l’anno della rivincita della cultura ed anche l’anno dell’orgoglio ritrovato della città di Sulmona. Si celebra il bimillenario della morte  di Publio Ovidio Nasone uno dei maggiori rappresentanti dell’ultima fase della poesia dell’era di Augusto ed uno dei 10 autori più letti nel mondo. Le manifestazioni hanno avuto inizio lo scorso marzo con un convegno internazionale dei maggiori studiosi mondiali di Ovidio presso il Teatro Comunale Maria Caniglia.
Numersosi eventi centrati sul Poeta in tutti i campi della cultura stanno avendo luogo durante tutto l’anno con particolare enfasi sulle arti visive, la musica, convegni e conferenze, teatro, letteratura e persino sport. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella sua visita alla città, ha sottolineato l’importanza che la cultura riveste per l’Italia e per Sulmona poiché “è la base  per qualunque impegno in qualunque settore della convivenza. Senza cultura non vi è la capacità di affrontare i problemi, le difficoltà, il nostro futuro”.
Ovidio nacque nel 43 AC da ricca famiglia. A Sulmona nel cuore verde della lussureggiante regione d’Abruzzo. Sulmona fu celebrata nei versi famosi  di Ovidio che sono perpetuati nello stemma della città: “Sulmo mihi patria est” (Sulmona è la mia patria). Fu inviato a Roma per studiare eloquenza e rettorica. Ma Ovidio non divenne mai un legale. Si dedicò alla poesia grazie ad una prodigiosa proclività a scrivere versi. Frequentò i circoli letterari della Roma bene ed in breve divenne fashionable, il poeta alla moda, fiore all’occhiello di una società moralmente decadente  che guazzava nel lusso e nel consumismo sfrenato.
La poesia di Ovidio, fu lo specchio di quella società e dei suoi costumi licensiosi. 
Sfortunatamente per lui l’imperatore Augusto  decise di restaurare i rigidi valori republicani che  avevano fatta Roma grande.
Per ragioni mai chiarite nell’8 d.C. Augusto decretò l’esilio di Ovidio a Tomis (l’attuale Costanza) località semibarbara sul Mar Nero, dove Ovidio languì lunghi anni fino alla morte, nel 17 o 18 d.C., nonostante vane petizioni e suplliche di perdono all’Imperatore da parte sua, della moglie e degli amici.
L’enigma  delle ragioni dell’esilio di Ovidio non è stato mai chiarito. Una delle ipotesi plausibili vuole che Ovidio che circolava negli ambienti alti della società, inclusa la famiglia imperiale pare che abbia rivelato qualche grosso scandalo che coinvolgeva Giulia, la nipote di Augusto o altra persona della famiglia imperiale, provocando l’ira dell’imperatore.
Ovidio è stato in assoluto uno dei più prolifici poeti, autore di una vastissima produzione di poesie e di poemi di carattere amoroso come Amorers, Heroides, Ars amandi, Remedia amores o il grande poema di carattere mitologico le Metamorfosi ed i Fasti o di carattere personale come Tristia e le Lettere dal Ponto scritte in esilio per commiserare la sua sorte e per implorare la revoca dell’editto imperiale.
L’influenza di Ovidio sulle arti nei passati due millenni è stata straordinaria nel Medioevo con Virgilio fu il poeta preferito dai troubadours ai cavalieri di Re Artù. Dante nella Divina Commedia riconobbe Ovidio come uno dei massimi poeti, Boccaccio lo menziona nel Decamerone e, lungo i secoli, poeti come Suacer, Shakespeare fino a Milton, Pope Shelley James Joyce e Frank Kafka si sono ispirati alle Metamorfosi al pari di grandi artisti come Tiziano.
Nel secondo millenario Ovidio rivive attraverso convegni che hanno richiamato a Sulmona famosi studiosi di Ovidio da tutto il mondo. Attori come Michele Placido Maddalena Crippa, Giorgio Pasotti, Lino Guanciani si sono alternati sui palcoscenici per recitare le sue poesie. Con piacevole sorpresa nelle manifestazioni sono attivi gruppi di studenti  come pure i diversamente abili del Centro AIAS di Sulmona che, con l’aiuto dei ragazzi del servizio civile hanno riprodotto, in varie dimensioni in terracotta la statua di Ovidio realizzata dallo scultore romano Ettore Ferrari nel 1927 parallelamente alla statua eretta nella città di Costanza, gemellata con Sulmona. Il brillante logo del bimillenario ovidiano è stato realizzato dal  giovane noto graphic-designer di Rocca Pia Gaudenzio Ciotti, che si è ispirato alle Metamorfosi con  riferimento in ogni suo particolare a Sulmona ed al suo territorio come pure a Costanza, inscrivendo  originalmente  il nome  Ovidio nella  figura della statua.
Le manifestazioni e gli eventi proseguiranno meritoriamente lungo tutto l’arco del 2017.
Toronto - C’è stato un tempo in cui l’emigrazione italiana, pur motivata dalla ricerca di migliori opportunità lavorative, fu allo stesso tempo scossa da un vivace dibattito ideologico. Negli anni Venti e Trenta, mentre in Italia imperversava il regime mussoliniano e l’Europa si preparava a un nuovo conflitto, molti friulani trovarono all’estero il terreno fertile per maturare le proprie idee antifasciste. Se la Francia ispirò socialisti e comunisti, e Argentina e Paraguay gli anarchici, anche il Canada ebbe un suo ruolo.
E proprio per mettere in luce il contributo di questi emigrati l’Istituto friulano per la storia del movimento di Liberazione organizza varie iniziative: alla fine di giugno, a Rivolto (Udine) si è tenuta una serata di studi a cui ha partecipato Olga Zorzi Pugliese, professoressa emerita dell’Università di Toronto. L’occasione è stata la presentazione di un volume della rivista “Storia contemporanea in Friuli” interamente dedicato all’antifascismo tra i friulani emigrati in tutto il mondo.
Mentre nel 1940 l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania indusse i governi alleati a una presa di posizione netta contro i simpatizzanti del fascismo e di Mussolini (in Canada centinaia di italo-canadesi furono internati), nel periodo precedente erano stati soprattutto comunisti e anarchici a essere avvertiti come una minaccia per l’ordine costituito: basti pensare al celebre caso giudiziario di Sacco e Vanzetti negli Stati Uniti.
Come spiega la professoressa Pugliese, in Canada gli anarchici erano sorvegliati sia dalla polizia locale sia dalle autorità italiane, pronte a organizzare vendette nei confronti dei parenti in Italia. 
Mancano purtroppo dati e documenti sull’attività di tali gruppi e per questo Pugliese sta raccogliendo materiale in vista di una nuova pubblicazione. 
Per il Canada spicca il nome di un friulano capo del movimento anarchico, si può dire, dell’intero Paese: Attilio Bortolotti, originario di Codroipo, in provincia di Udine.
L’anarchico Bortolotti si trasferì a Windsor, sede di una fiorente industria automobilistica e di un Circolo di cultura, e poi a Toronto, dove era stato fondato anche un consesso socialista, il Circolo Mazzini. Quindicesimo di ben diciotto figli, Bortolotti proveniva da una famiglia di muratori e divenne meccanico e tornitore esperto. Dopo essersi rifiutato di entrare in seminario, come avrebbe desiderato il padre, e di partecipare al servizio militare, il sedicenne Bortolotti partì per il Nord America nel 1920, lavorando tra Windsor e Detroit. 
Dopo molte traversie dovute al suo impegno sindacale e antifascista, l’anarchico si trasferì a Toronto e vi frequentò esponenti socialisti e comunisti, di cui tuttavia non tollerava i metodi decisionisti.
Fondò il giornale “Il libertario” e, supplendo in biblioteca alla sua carente formazione scolastica, si costruì da autodidatta una propria teoria politica. I venti di guerra, però, non risparmiarono Bortolotti: nel settembre del ’39 fu arrestato dalla polizia canadese nella sua casa di Gladstone Avenue con altri quattro sospetti e solo grazie agli uffici dell’anarchica russa Emma Goldman ottenne la liberà su cauzione. Visto che nessuno voleva più assumerlo, Bortolotti fondò le Bartell Industries, i cui profitti erano destinati a varie cause e istituzioni internazionali.
Sempre a Toronto visse e operò un altro antifascista friulano, di orientamento comunista: Beniamino Bottos, nato a Corva, presso Azzano Decimo (Pordenone). Boscaiolo, terrazziere, impresario edile e sempre sindacalista, Bottos si impegnò attivamente nella Famee Furlane fino al ’46 e partecipò alle attività di altri gruppi comunisti canadesi.
Bortolotti e Bottos sono solo due dei molti emigrati italiani che in Canada alimentarono le proprie convinzioni antifasciste: la collaborazione con giornali e riviste, l’associazionismo, l’organizzazione di sindacati dei lavoratori accomunarono le esperienze e i pur diversi orientamenti di questi uomini di modesta formazione e ancor più modeste origini, che tuttavia dimostrarono una sensibilità politica e una maturità intellettuale che sta ora emergendo in tutta la sua vivacità.  
 
Toronto - A mettere in discussione l’esistente ci hanno provato in tanti: le avanguardie, gli anarchici, gli architetti, persino certi scienziati guardano al reale cercando di svincolarsi dagli schemi per proporre soluzioni originali. Anche nel teatro qualcosa si muove: ne è un esempio il “DopoLavoroTeatrale” (DTL), che, nato a Firenze e ora operativo a Toronto, sarebbe fuorviante definire “compagnia”. Ne è fondatore Daniele Bartolini, che racconta al Corriere i suoi nuovi progetti, in collaborazione con l’Istituto italiano di cultura e il Theatre Centre.
Partiamo da “The Apartment”, un esperimento appena concluso nel seminterrato dell’Istituto: senza rovinare la curiosità del pubblico, come può descriverlo?
«“The Apartment” è pensato per un solo spettatore, che diventa il protagonista: questi viene lasciato solo per quaranta minuti in un ambiente in cui scopre la vita di un immigrato italiano arrivato da poco in Canada e che non riesce a integrarsi né a trovare lavoro per problemi prima di tutto linguistici. È una performance che definirei “neorealista” – e ci sono in effetti molte citazioni cinematografiche, tra cui da “Umberto D.” di Vittorio De Sica. Come nel film, non accade niente di preciso: è una storia di solitudine che si svela attraverso dettagli, spezzoni di vita.»
Presto sarete “in scena” (anche in questo caso le virgolette sono d’obbligo) con un altro esperimento, “Waves”, dal 19 al 29 giugno al Theatre Centre. 
«Come dice il titolo, il progetto è basato sulle “onde”, traiettorie dell’immigrazione con attori e veri migranti, tutti con esperienze diverse: chi è arrivato da bambino, chi ora, con europei, siriani, armeni, libanesi, iraniani… È una collezione delle loro storie da cui il pubblico sarà sommerso e su cui io per primo, in quanto immigrato, ho riflettuto, pensando ad esempio al concetto di casa (in Canada? o in Italia?).»
Cosa guida la vostra ricerca?
«Ho sempre voluto mettere in discussione la forma. Stanco di spettacoli a cui partecipavano solo gli addetti ai lavori, ho avviato un’operazione di sottrazione estrema, interrogandomi prima sul ruolo dell’attore e sul suo legame con un copione scritto (Carmelo Bene parlava di “morto orale”), quindi sull’esistenza stessa del teatro come luogo necessario alla performance. Ora ci siamo spostati sulla città. DLT pensa a dei viaggi in cui lo spettatore si perde e, senza sapere dove sarà condotto, andrà alla scoperta di Toronto, usando la TTC, entrando in luoghi insoliti e relazionandosi di persona con altri esseri umani (e non attraverso la mediazione della tecnologia). L’intera drammaturgia è strutturata come un contenitore aperto, soggetto anche a imprevisti.»
Non sarà stato facile trovare degli attori disposti ad accettare questo approccio.
«Ho scelto i miei collaboratori qui a Toronto (Danya Buonastella, Rory de Brouwer e Joslyn Rogers), in aggiunta a quelli italiani (Chiara Fontanella e Matteo Ciardi), dopo averli visti sul palcoscenico. Non è un lavoro semplice, molti attori vogliono le loro battute; con noi non si tratta di semplice improvvisazione, ma di essere “all’improvviso”: qualcosa deve succedere con un compagno di scena sempre diverso. Quando incontriamo l’arte, di solito andiamo in cerca di uno specchio di noi stessi: io invece cerco di mostrare come lo spettatore possa diventare specchio dell’artista, che a sua volta si scopre.»
Quali sono le reazioni dei partecipanti?
«Tutte diverse, ognuno ha la propria. Abbiamo attirato soprattutto persone che non vanno a teatro, che non frequentano abitualmente l’ambiente artistico, mentre sono interessate all’arte che va verso di loro: sono i loro occhi a diventare la telecamera di quella specie di film che girano in diretta.»
 
Il 9 giugno al Cineplex di Vaughan - nella foto: Antonio Albanese e Paola Cortellesi, protagonisti di “Mamma o Papà?”
 
TORONTO - L’ICFF, il Festival del Cinema Contemporaneo Italiano in Canada, presenta - in anteprima Internazionale assoluta - il film Mamma o Papà?, in proiezione al Cineplex Cinemas di Vaughan.
Mamma o Papà? è un film che - nelle intenzioni del regista, Riccardo Milani - sembra voler prendere le distanze dal consolatorio e moraleggiante spirito della nuova commedia italiana. 
Questo film sciorina le proprie gag sulla base di un cinismo dichiarato, sfruttando la parossistica e assurda crudeltà dei genitori contro i figli come base per una comicità diversa. Nel ruolo dei carnefici protagonisti ben si adattano la versatile Paola Cortellesi ed un cinico ma altresì esilarante Antonio Albanese. 
Milani sembra voler infondere alla trama un proprio tratto caratteristico attraverso la scelta di un’inedita coppia, trovando i due attori pronti a gettarsi - senza esclusione di colpi - in questo gioco al massacro. 
Gli altri interpreti di questa commedia agrodolce si ritrovano alla mercé delle trovate atroci dei due comici, in un’escalation di angherie e dispetti che raggiunge irresistibili punte di divertimento. Cortellesi ed Albanese sembrano difatti prendersi sulle spalle l’intero film. 
Paola Cortellesi infatti è straordinariamente arguta e tagliente nella sua comicità, pur trovandosi davanti ad un personaggio più costruito e ad una recitazione articolata. Antonio Albanese, dal canto suo, grazie a trovate palesemente improvvisate e libero di dare sfogo alla propria cattiveria, risulta anch’egli un vero e proprio trascinatore di risate.
La morale del film è che madri e padri non si nasce, ma si diventa, ed essere capitani di un’arca che trasporta in mezzo ai flutti dell’infanzia e al diluvio dell’adolescenza due, tre o più esemplari della razza umana è una missione per cui non tutti sono portati. 
Se poi crescere i figli significa diventare autisti, cuochi e intrattenitori, e rinunciare alle proprie legittime ambizioni professionali, ecco che fare i genitori può diventare un peso, una costrizione, un claustrofobico inferno dove le fiamme - alimentate da atavici sensi di colpa legati a condizionamenti sociali e culturali - avvampano di continuo.
Mamma o Papà? verrà proiettato alla sala 4 del Cineplex Cinemas di Vaughan, venerdi 9 Giugno, alle ore 20, preceduto da una reception organizzata dal Veneto Centre.
 
Per i biglietti potete visitare il sito www.icff.ca o chiamare il box office dell’ICFF al (416) 893-3966.
 
TORONTO - Mentre tutto tace su possibili nuove pubblicazioni, forse anche per la recente “inchiesta” che ne avrebbe svelato l’identità, il fenomeno Elena Ferrante dalla penna passa alla cinepresa. Sono infatti in fase di realizzazione ben due opere dedicate alla scrittrice napoletana che, con il suo nome di copertura, si è imposta nel mondo.
Il primo lavoro in corso è una serie tv diretta da Saverio Costanzo per i colossi Rai e HBO e prodotta da Fandango: si tratta della versione televisiva basata sulla tetralogia dell’“Amica geniale”, la storia di un’amicizia a cui fa da teatro Napoli dalla fine del secondo dopoguerra ai giorni nostri; una storia “realistica”, tiene a precisare Elena Ferrante, non una favola per bambini.
Pur non partecipando direttamente alla scrittura della sceneggiatura, affidata a Francesco Piccolo e Laura Paolucci, l’autrice è in contatto costante con il regista via e-mail (chissà se sarà riuscita ad aggiudicarsi un elena.ferrante@...). E in occasione dell’inizio delle riprese Ferrante è tornata a parlare (si fa per dire) in un’intervista pubblicata sul New York Times: si è soffermata in particolare sull’immagine di Napoli, al centro di un’altra serie televisiva di successo, la potentissima Gomorra, ovvero altre storie, altri quartieri, che nelle opere della scrittrice fanno solo capolino (attraverso i fratelli Solara).
“Le città”, scrive oggi Ferrante, “non hanno una energia propria. Questa gli viene dalla densità della loro storia, dal potere della loro letteratura e della loro arte, dalla ricchezza emotiva degli eventi umani che vi accadono”. Il racconto televisivo, questo è il suo auspicio, “mescolerà insieme emozioni autentiche, sentimenti complessi e persino contraddittori”.
Sulla scia del fenomeno letterario è in produzione anche un documentario internazionale, dal titolo Ferrante Fever, scritto e diretto da Giacomo Durzi. Iniziato a New York, il docu-film toccherà le località con cui ormai i lettori si sentono familiari (su tutte, il rione Luzzatti di Napoli, dove nascono e crescono le protagoniste dell’“Amica geniale”) e che probabilmente si comincerà a visitare come si visitano i luoghi manzoniani in Lombardia.
Il nome della Ferrante fa discutere anche il mondo universitario, che guarda non sempre con favore all’inserimento dei suoi libri nei programmi dei corsi. La critica letteraria è divisa, specialmente sulla tetralogia, visto che, dei lavori precedenti, pochi mettono in discussione l’efficacia, stilistica e narrativa, dell’Amore molesto, prima opera ferrantiana, risalente al 1992.
Un lettore attrezzato, quando apre un libro di Elena Ferrante, vive una lacerazione: da un lato, è trascinato dalla trama degli eventi, dalla potenza di certe immagini, dai pensieri delle protagoniste che scorrono senza filtri a mo’ di flusso di coscienza; dall’altro, avverte una specie di necessità di distacco, l’esigenza di non cadere nella trappola delle categorie contemporanee, dei luoghi comuni, della retorica delle facili emozioni. Ma poi, come per tutte le grandi saghe e i grandi romanzi della letteratura (“grandi” anche per dimensioni), da Tolstoj a Harry Potter, l’impulso a trovare nel racconto un riflesso della propria vita, che, letto sulle pagine, sappia renderla meno dozzinale e più sopportabile, trionfa. 
Di questo e dei film già realizzati parlerà Franco Gallippi nella seconda di due lezioni dedicate alla scrittrice: “Le opere di Elena Ferrante al cinema”.
(9 giugno, ore 10 AM, Istituto 
italiano di cultura, 496 Huron Street, Toronto. Per info e prenotazioni: www.iictoronto.esteri.it)