Corriere Canadese

TORONTO - “Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti”. Cominciava così la più famosa “Lettera a una professoressa” che sia mai stata scritta in Italia. Quest’anno compie 50 anni: fu pubblicata nel 1967 a Firenze a seguito di un esercizio pionieristico di scrittura collettiva della Scuola di Barbiana, lo straordinario esperimento pedagogico scaturito dalla mente del Priore don Lorenzo Milani.
Con una verve tuttora da gustare, tanto nel testo quanto nelle deliziose note a piè di pagina, un gruppo di ragazzi “bocciati” sfoga la propria rabbia contro una scuola pubblica che non sembra avere a cuore l’educazione degli studenti, ma soltanto il perfezionamento dei più fortunati, quelli che in famiglia hanno già gli strumenti per affrontare le lezioni.
La “professoressa” del titolo è l’insegnante per antonomasia, colei (o colui) che punisce non tanto con la frusta quanto con la penna, promuovendo i figli di imprenditori e liberi professionisti e rimandando gli altri, specialmente operai e contadini. E questo a dispetto della pretesa degli istituti pubblici di considerare gli studenti tutti uguali: “se un compito è da quattro, io gli do quattro”, sentenziava la professoressa con orgoglio interclassista. “Non capiva”, ribattono gli studenti del Priore, che “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali”.
La “Lettera” è un resoconto dettagliato e documentatissimo dei vizi della scuola pubblica cosiddetta dell’obbligo dell’epoca e per la sua spinta egualitaria animò il dibattito di quegli anni di proteste e rivoluzioni culturali. Allo stesso tempo, il libro fotografa alcune problematiche che ancora durano: la creazione di sezioni ghetto, l’insegnamento delle lingue fondato sulle famigerate eccezioni, e non su concrete esigenze comunicative, il rapporto tra scuole pubbliche e scuole paritarie (un tempo private), gli affari d’oro delle ripetizioni per i “signorini” che se le possono permettere da parte di quegli stessi docenti pagati dallo Stato per insegnare a tutti. Per fortuna il tasso di analfabetismo si è ridotto ma l’arrivo di nuovi migranti pone sfide non così inedite rispetto al passato italiano, quando in classe un ragazzo abituato a parlare dialetto si ritrovava a leggere i poemi d’Omero nella ’lingua’ pressoché straniera delle traduzioni ottocentesche.
D’altra parte, il ruolo dell’insegnante si è ridimensionato (a partire dagli stipendi e dal prestigio sociale che ne deriva) e i genitori, al contrario di quelli inermi e sprovveduti della “Lettera”, la sanno lunga, lunghissima sul programma, sui compiti, sul modo di assegnare i voti… Quanto agli studenti, la scarsa mobilità sociale non è più conseguenza di un sistema scolastico classista: chi è figlio di metalmeccanici e casalinghe può certamente laurearsi in lettere, legge o farmacia; il problema è se riuscirà, senza una rete di conoscenze garantita dalla famiglia di provenienza, a diventare docente, avvocato o farmacista.
Controcanto provocatorio e propositivo rispetto alla retorica da “Cuore”, la “Lettera a una professoressa” è un libro vivo, a tratti amaro, che spinge a interrogarsi sugli obiettivi che la scuola degli anni Duemila intende darsi. Di certo proporre una scuola sempre aperta, senza bocciature e personalizzata, una scuola in cui i maestri abbraccino il celibato o mettano in comune i figli (lo aveva già suggerito Platone ai governanti), sembra irrealizzabile su scala nazionale. I presupposti di tali suggerimenti, tuttavia, non sono cambiati e l’obiettivo primario della scuola di Barbiana, quello di padroneggiare la lingua, resta il vero antidoto all’omologazione e all’ingiustizia sociale: “eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli”.