Corriere Canadese

TORONTO - Nafta e rapporti commerciali, sicurezza e Nato, politiche energetiche e immigrazione. 
È lunga la lista dei temi che saranno affrontati nel prossimo vertice tra Justin Trudeau e Donald Trump. Per ora - fa sapere Ottawa - non è stata ancora stabilita una data per l’incontro tra il primo ministro canadese e il nuovo presidente americano, ma l’intensificarsi dei meeting tra i rappresentanti del Canada e quegli degli Stati Uniti rappresenta una conferma della prossimità del vertice, che dovrebbe avere luogo entro le prossime due settimane.
Nel frattempo il grande tema che alimenta il dibattito a Nord e a Sud del confine è sicuramente quello relativo al Nafta, l’accordo di libero scambio attaccato a più riprese dal nuovo inquilino della Casa Bianca. La scorsa settimana Trump aveva ribadito, ancora una volta, la necessità di quanto meno rimettere le mani sull’accordo: “Al Nafta - aveva dichiarato il presidente statunitense - dobbiamo aggiungere una seconda F: una per Free (libero) e una per Fair (equo)”.
Ma in questi giorni i segnali che arrivano dagli Stati Uniti non vanno sempre verso la stessa direzione. Da un lato il presidente continua a recitare il copione della linea dura e pura e della necessità di ribilanciare un accordo che - a suo avviso - penalizza gli Stati Uniti e favorisce gli altri due partner commerciali, il Canada e il Messico. 
Dall’altro, però, emergono delle posizioni divergenti in seno alla nuova amministrazione americana volte a rassicurare i due Paesi confinanti con gli States. Ma non solo. Anche dal settore produttivo americano - quello che vive sulla propria pelle gli effetti del Nafta e quello che si confronta, giorno dopo giorno, con i propri partner in Canada e in Messico - il tentativo è quello di calmare le acque e invitare alla prudenza. 
È il caso di Tom Donohue, presidente della Camera di Commercio americana, che ha sottolineato l’importanza delle relazioni commerciali tra i due Paesi. 
Donohuse ha ribadito come a suo avviso possano “esistere dei modi per migliorare il trattato commerciale vecchio di 23 anni tra i tre Paesi. C’è il potenziale per creare un accordo ancora più forte che migliorerà la competitività in generale del Nord America”.
Il mercato - ha aggiunto - che si è venuto a creare con la caduta delle barriere doganali per alcuni prodotti, grazie al Nafta, deve essere preservato. Ma allo stesso tempo c’è la necessità di migliorare alcuni passaggi dell’accordo per favorire le economie dei tre Paesi. 
Insomma, un messaggio lontano anni luce rispetto a quello del presidente americano.
In Canada, per ora, si è scelta una strategia di basso profilo a partire dal 20 gennaio, giorno in cui c’è stato il passaggio di consegne tra l’ex presidente Barack Obama e Trump. Trudeau e il suo entourage partono da un assunto abbastanza semplice: le economie di Canada e Stati Uniti sono fortemente integrate, i danni subiti da una ricadono inevitabilmente sull’altra. Oltre a questo, ci sono milioni di posti di lavoro negli States che dipendono direttamente dal Nafta: si tratta di una sorta di garanzia sul fatto che l’accordo non potrà essere stravolto.
Una posizione questa che è stata sottolineata a più riprese anche dalla controparte canadese di Donohue, Perry Beatty. Secondo il presidente della Camera di Commercio, un eventuale e improbabile accantonamento del Nafta da parte di Washington avrebbe delle ripercussioni negative soprattutto negli Stati Uniti. 
Beatty ha sottolineato come il Canada, nel caso in cui dovessero ripartire le trattative sul Nafta, si troverebbe in una posizione di forza rispetto agli americani. “Le economie di 35 Stati americani - ha sottolineato - e circa 9 milioni di posti di lavoro negli Usa dipendono solo ed esclusivamente dal Nafta”.

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Francesco Veronesi

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