Corriere Canadese

TORONTO - L’improvvisa accelerazione della Brexit sta causando grande preoccupazione in Europa e in Italia. Secondo le indiscrezioni riportate ieri dalla stampa britannica, infatti, la premier Theresa May sarebbe intenzionata a invocare l’articolo 50 - quello che formalizza l’avvio del processo di rinuncia all’Unione europea - entro metà marzo. Da quella data salterebbe anche la sostanziale libertà di movimento e di residenza per i cittadini italiani ed europei sul suolo inglese. Anche se il governo conservatore per ora non conferma - e anzi gli interventi delle ultime ore tendono a minimizzare - queste indiscrezioni stanno provocando grande apprensione. Spaventa, soprattutto, il clima di incertezza, quella cortina di fumo che ha caratterizzato i mesi successivi al referendum della scorsa estate. Da questo punto di vista il governo britannico, impegnato su un doppio fronte - quello a livello comunitario per non tagliare completamente i rapporti commerciali con l’Ue, e quello interno con chi non ne vuole sapere di scendere dal treno comunitario - ha volutamente giocato sull’ambiguità: in sostanza, non è stato ancora chiarito cosa succederà agli europei che i questi anni si sono trasferiti in Gran Bretagna, che vivono e lavorano lì e che non hanno avuto bisogno di un permesso di soggiorno e di un permesso di lavoro.
Secondo le ultime statistiche, sarebbero circa 600mila i cittadini italiani residenti in Gran Bretagna. Secondo le stime di Migrantes e dell’Istat, solamente negli ultimi 10 anni circa 250mila italiani si sono trasferiti a Londra. Le domande senza risposta sono molteplici. In futuro avranno bisogno di un permesso di soggiorno? O questo diverrà necessario solo per coloro che intendono trasferirsi dopo l’invocazione dell’articolo 50? 
In questa ottica si deve tenere conto anche delle imprese italiane che hanno sede in Inghilterra, o che hanno deciso di delocalizzare la loro produzione in Gran Bretagna. Cosa faranno una volta che Londra avrà tagliato il cordone ombelicale con il Vecchio Continente? Dovranno pagare dazi doganali a differenza di adesso che possono usufruire dei vantaggi del mercato unico? 
Di fronte a questi mille interrogativi, è doveroso inserire nel discorso anche la situazione canadese. Nel nostro Paese, negli ultimi 10 anni, abbiamo assistito a un crollo dell’immigrazione dall’Italia, complici politiche miopi della precedente amministrazione che hanno reso più difficile il percorso ad ostacoli burocratico e che hanno privilegiato la conoscenza linguistica rispetto alle competenze professionali. Di fronte alla chiusura potenziale delle porte inglesi per gli italiani, sarebbe auspicabile una nuova politica sull’immigrazione dell’amministrazione liberale che abbattesse, una volta per tutte, i legacci giuridici, burocratici e legislativi inseriti dagli ex ministri Jason Kenney e Chris Alexander e favorisse l’immigrazione in Canada dall’Italia. In questi anni, un giovane italiano messo di fronte alla scelta se puntare sull’Inghilterra o sul Canada, non ci avrebbe pensato due volte e avrebbe puntato su Londra, come testimoniano i numeri. Ora potremmo assistere a un inversione di tendenza. E non solo dei singoli individui, ma anche delle imprese. Mentre la Gran Bretagna si allontana dal mercato comune, il Canada e l’Ue hanno messo in piedi l’ambizioso progetto di tagliare i dazi doganali sul 98 per cento dei prodotti scambiati. Il Ceta, accordo di libero scambio che entrerà a pieno regime entro pochi mesi, garantisce nuove opportunità alle aziende italiane ed europee di investire in Canada e viceversa. E rappresenta la miglior risposta e il miglior antidoto contro il veleno protezionista che ha partorito prima la Brexit e poi l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca.

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Francesco Veronesi

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