Corriere Canadese

La storica prima pagina del Corriere Canadese dell’1 giugno 1954: già allora si parlava della Casa d’Italia
Si discute del piano di sviluppo. La vicenda venne trattata su un articolo del primo numero del Corriere del 1954
 
TORONTO - “Gli italiani di Toronto riavranno la loro Casa d’Italia”. È questo il titolo di apertura del primo numero del Corriere Canadese, pubblicato il primo giugno 1954.
 Nell’articolo del giornale si racconta con dovizia di particolari come il governo canadese, guidato dall’allora primo ministro Louis Stephen St. Laurent, avesse accettato in linea di massima di restituire la proprietà sita al 136 Beverley Street di Toronto. Una proprietà acquistata nel 1936 per utilizzarla come sede del consolato italiano, poi confiscata dal governo canadese dopo l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940. 
Dopo l’espropriazione, la Casa d’Italia venne utilizzata come caserma dell’Rcmp, fino alla restituzione che venne poi completata il 6 luglio 1955. A partire dal 1979, la proprietà tornò a ospitare il consolato generale d’Italia.
A volte è davvero strano come gli echi di un lontano passato possano tornano a farsi sentire, allacciando tra loro i fili di vicende che ormai appartengono alla storia con fatti e temi di stretta attualità. 
In questi mesi, infatti, a quasi sessantadue anni da quell’articolo apparso sul primissimo numero del Corriere Canadese, si discute sulla possibilità di risviluppare la proprietà che sorge al 136 di Beverley Street. Un’idea non nuova peraltro, già esplorata a più riprese in passato e sempre abbandonata dopo un’attenta valutazione. 
Lo scorso ottobre, il consolato generale d’Italia e la CIBPA (Canadian Italian Business and Professional Association) hanno annunciato la loro intenzione di passare al vaglio, ancora una volta, la possibilità di sviluppare il terreno in questione. E per farlo, hanno nominato una commissione presieduta dall’ex giudice della Corte Suprema Frank Iacobucci, invitando gli italocanadesi a partecipare a delle consultazioni pubbliche per cercare di carpire gli umori della comunità su questo tema. Per ora non ci sono stati nuovi sviluppi.
L’articolo del 1954. Ma cosa ci racconta il pezzo di apertura del primissimo numero del Corriere Canadese? L’articolo ha un valore storico, perché rappresenta uno spaccato delle difficoltà vissute dalla comunità italocanadese nel secondo dopoguerra. Dal febbraio del 1954 - si legge - Joe Carrieri e Sam Sorbara (rispettivamente presidente e vice presidente della Federazione delle Associazioni Italocanadesi) avevano fatto numerosi viaggi a Ottawa, incontrandosi con esponenti del governo, per arrivare a un accordo sulla restituzione della Casa d’Italia. 
Poi la situazione venne sbloccata grazie all’intervento diretto del primo ministro St. Laurent: la casa veniva affidata a un gruppo di tre fiduciari (Carrieri, Sorbara e Venchiarutti) che si impegnarono a versare un assegno di 40mila dollari per la restituzione della proprietà. La restituzione, tuttavia, non sarebbe stata immediata. 
In una lettera consegnata allo stesso Sorbara, l’allora ministro della Giustizia Stuart Sinclair Garson  spiegava come il governo canadese - pur confermando quanto ribadito agli esponenti comunitari - si trovava nell’impossibilità di restituire subito la Casa d’Italia: l’Rcmp doveva sgombrare i locali, e non l’avrebbe fatto prima del 9 febbraio 1955. Pertanto l’assegno veniva restituito, ma l’accordo di massima sarebbe rimasto in vigore fino al passaggio di proprietà. Che poi - ma questo ovviamente l’articolo non può dircelo - sarebbe avvenuto poco più di un anno dopo da quello storico primo numero del Corriere Canadese, il 6 luglio del 1955. 
Erano altri tempi. La nostra comunità era unita, andava compatta verso una sola direzione, parlava con una voce sola. E il coinvolgimento di tutti era la premessa ineludibile di ogni decisione di grande importanza. 
La chiusura del pezzo, con il linguaggio pomposo dell’epoca, non ha bisogno di ulteriori commenti. “La discussione si protrasse per diverse ore data l’ampiezza del problema e praticamente tutti i dirigenti delle Organizzazioni presenti presero parte al dibattito. Venne raggiunto l’accordo che tutti i membri delle varie organizzazioni sarebbero stati informati dando modo a tutti di discutere la situazione prospettando delle soluzioni. Nel frattempo - onde non perdere tempo prezioso - fu deciso di rinnovare il mandato al comitato esecutivo per mantenere i necessari contatti e per studiare i piani perché la Casa d’Italia ritorni alla comunità senza ulteriori ritardi”. Sì, erano proprio altri tempi.

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Francesco Veronesi

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