Corriere Canadese

Mattarella, incontro per pochi intimi: La cornice ideale per omaggiare il presidente sarebbe stata il Columbus Centre
 
Ho stretto la mano e parlato con il presidente Mattarella. Gli ho parlato sul serio. Non la canonica rapidissima stretta di mano e la battuta di circostanza.
Quando è stato il mio turno di essere presentato, l’ho guardato negli occhi, dicendogli.
«Signor presidente, sono onorato di conoscerla. Dalle colonne del Corriere Canadese  scrivo da decenni dell’Italia, di sport ma non solo. Vorrei sempre essere positivo, ma è difficile».
Il presidente per un attimo è sorpreso dalla frase fuori dal protocollo, poi con un mezzo sorriso risponde: «Lei ci provi, l’Italia ha molto bisogno di amici».
«L’Italia in Canada di amici ne ha tantissimi – rispondo senza interrompere il contatto visivo -.  E non mi riferisco soltanto agli ex emigrati, ma anche ai loro discendenti. Io, per esempio, ho due figli e quattro nipoti. Tutti vanno tutti mangiano, bevono, tifano e amano quello che c’è di bello in Italia».
«Me li saluti caramente i suoi nipoti, e tutti gli altri giovani come i suoi nipoti», taglia corto il presidente passando al prossimo della fila.
Due battute riuscii a scambiale anche con Giulio Andreotti, quando l’allora peso massimo della politica italiana venne al Columbus Centre negli Anni 90. Andreotti era protetto da quattro guardie del corpo, nessuno poteva avvicinarlo e tantomeno parlargli. Da dietro il cordone di sicurezza gli gridai: «Presidente la Roma ha vinto e Totti ne ha fatti due». La frase fu l’apriti sesamo. Andreotti mi prese sottobraccio informandosi sulla partita, poi parlò brevemente della sua visita torontina e del suo incontro con la comunità. Da quelle due frasi strappate grazie a Totti, scrissi poi un pezzo. Esattamente come sto facendo adesso.
L’incontro con Mattarella si è tenuto in un albergo del centro. Per omaggiare il presidente delle Repubblica Italiana bisognava avere l’invito personale e presentare un documento di identità all’ingresso. Ragioni di sicurezza hanno tolto alla gente comune la chance di stringere la mano al primo cittadino del Bel Paese, come indubbiamente sarebbe accaduto se la cerimonia si fosse tenuta al Columbus Centre. Già, il Columbus Centre. Ormai ne avrete piene le tasche sentir parlare di questo edificio che sembra stia cadendo a pezzi pur essendo stato costruito una quarantina di anni fa. C’è chi dice: Ma abbattiamolo, il posto, è obsoleto, antiquato.  Non importa  se da quella rotonda è passato il meglio dell’Italia: Luciano Pavarotti, per esempio. Ma anche Sofia Loren,  Mario Andretti, Vittorio Gassman, Anthony Quinn, Enzo Bearzot con i campioni del  mondo 82,  la sublime danzatrice Carla Fracci, oltre ad una sfilza di nomi illustri della politica, dal già citato Andreotti, a Fanfani, ai presidenti Cossiga e Scalfaro. Quando venne il presidente Francesco Cossiga  era il 1986, il mondo non era ancora sottosopra. In quella circostanza Alberto Di Giovanni portò la comunità dal presidente, e viceversa. Al Columbus Centre fu un bagno di folla enorme, con tanti bambini a sventolare il tricolore.
Ora il Columbus Centre non serve più. Tanto, se viene Mattarella lo portiamo al Ritz-Carlton. E se il presidente chiede di questo luogo d’incontro, fiore all’occhiello della comunità, costruito per esaltare l’italianità qualcuno gli dirà, magari senza arrossire, che i simboli del passato non hanno ragione di resistere ancora. Che ora, di italiani orgogliosi di essere italiani, ne sono rimasti pochi. E quei pochi non contano un tubo, non hanno nessun diritto. Anche se hanno in mano una carta firmata e bollata sulla quale è scritto che sono proprietari dell’equivalente di una carriolata di mattoni del Columbus Centre.
• PS: prego il il lettore che ha scritto a proposito del principe della risata di contattarmi.

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Nicola Sparano

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