Corriere Canadese

TORONTO - La festa nazionale canadese, nel centocinquantesimo anniversario è stata celebrata in sottotono, come è nel carattere di questo popolo.  Nella città di Toronto ho partecipato alle celebrazioni ad Amesbury Park, piacevolmente sorpreso perché fino a venti anni fa la festa era soprattutto una festa di italo-canadesi che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione locale.
A parte gli organizzatori volontari ora mi è stato difficile  trovare italo-canadesi. La folla multicolore e multirazziale di immigrati di ogni parte del mondo dava un’idea plastica di quello che una volta veniva definito il “Mosaico” canadese.
Il Canada del 2017 è un altro paese, molto diverso da quello del 1967, quando giunsi a Toronto. Expo 67 a Montreal offriva l’immagine di un paese giovane, ottimista, ma soprattutto nuovo, lanciato verso un futuro  esuberante e radioso.
Expo colpì la mia immaginazione come pure quella degli europei che a dir il vero sapevano poco del Canada anche perché raramente trovava posto sulle prime pagine dei giornali. Personalmente ne avevo un’idea vaga e provinciale che confesso con rammarico. Mio padre a sedici anni, nel 1923 era immigrato in Canada, a Saint Thomas, nella contea di Essex, con l’intento di raggiungere suo padre da cui ho preso il nome, negli USA. Sfortunatamente il Presidente americano Harding, antesignano di Trump, proprio quell’anno aveva chiuso l’immigrazione.
Mio padre prima di entrare illegalmente negli Usa fu ospite per qualche tempo di una famiglia di farmers, di cui aveva un gradito ricordo, perché lo trattavano come un figlio. Tutto qui. Per il resto si aveva  notizie dagli immigrati, quando scrivevano alle famiglie lasciate in Italia per informarle delle loro condizioni di vita.
A Roma si conosceva il Canada come un paese la cui principale caratteristica era il lungo inverno, ed il freddo polare. Conoscemmo con ammirazione il Primo Ministro Canadese, Lester Pearson, quando gli fu  conferito il premio Nobel per la pace, per aver bloccato l’aggressione dei Francesi e degli Inglesi all’Egitto e soprattutto per aver contribuito a convincere l’ONU a formare il Corpo per la Pace (peace corps), una decisione che infervorò le fantasie dei giovani idealisti di tutto il mondo amanti della pace.
Nel 1967, il paese stava cambiando. Erano ancora vivi i racconti degli immigrati che erano venuti negli anni cinquanta, subito dopo la guerra, incappati inconsapevolmente in un dilemma di cui erano innocenti spettatori e talora vittime.
Da una parte il governo canadese aveva adottato la politica di incoraggiare l’immigrazione di manodopera per sostenere il boom economico esploso vigorosamente dopo gli anni della depressione e della guerra.
D’altra parte la società canadese  si trovò all’improvviso di fronte a enormi  masse di gente sconosciuta che parlavano lingue diverse, con costumi diversi, tra cui moltissimi come gli italiani che venivano da un paese contro il quale i canadesi avevano combattuto una dura guerra lasciando  migliaia  di figli morti sui campi di battaglia come testimoniano i cimiteri di Cassino e di Ortona.
Per molti canadesi i nuovi arrivati italiani erano “aliens” cioè stranieri, estranei ed erano malvisti. 
Nel 1967 erano fresche le memorie di italiani che raccontavano come la polizia li disperdeva su College street quando, di domenica si radunavano per discutere animatamente di calcio, la nostra passione indomita, mentre la polizia aveva l’impressione di assistere ad una sommossa.
Erano numerosi i canadesi che vedevano gli italiani ancora come nemici, come testimonia l’editore del Corriere Canadese  l’On. Joe Volpe che, giovane appena giunto in Canada, tutte le sere  doveva sorbirsi, con sbigottimento, le rampogne contro gli italiani del vicino di casa, un reduce che era stato ferito in Italia durante la guerra.
Si cominciava a parlare di bilinguismo e biculturalismo, soprattutto per sopire il Quebec.
Poi  la storia cambiò per il meglio. Trudeau abbracciò il multiculturalismo che promuoveva l’integrazione degli immigrati nel mosaico canadese, che veniva  arricchito dalle culture dei paesi di provenienza, mentre, allo stesso tempo favoriva l’inserimento e la partecipazione  nella vita del paese  con  laboriosità, ingegnosità e impegno,  nel rispetto dei valori condivisi.
Il Canada del 2017, come ha affermato il presidente della repubblica Italiana Sergio Mattarella è oggi un simbolo ed un  esempio da imitare, in un mondo dove i rigurgiti nazionalistici e populisti creano profonde divisioni e odi. 
Il Canada con il Charter of Rights da a tutti i cittadini il diritto all’uguaglianza. È un paese  dove l’accoglienza dei rifugiati e delle persone che fuggono dalla guerre e dall’oppressione non è vana retorica.
Il Canada lo scorso mese ha cambiato la legge per rendere più facile l’acquisto della cittadinanza, dove chi nasce i Canada è cittadino canadese, mentre in Italia è in corso una odiosa campagna per negare la cittadinanza a i bambini nati sul suolo italiano. Per il Canada il ius soli è un diritto inalienabile. 
Immigrati e figli di immigrati occupano posizioni importanti in tutti i gangli vitali della società. Il Canada è paese che sa superare  le immancabili crisi, con serietà, con senso pratico e con democratico rispetto dei cittadini.
Il Globe and Mail, sabato scorso, Canada Day, ha titolato su tutta la pagina: “I tempi buoni sono tornati” (Good times are back). Sono d’accordo.
Il Canada dal 1967 è cambiato per il meglio. È un paese dove sono felice di essere immigrato nel 1967.

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Odoardo Di Santo

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