Corriere Canadese

TORONTO - Alla guida della più grande potenza mondiale armato di smartphone, Twitter e i suoi ormai proverbiali 140 caratteri. In attesa del passaggio di consegne ufficiali - tra due settimane a Washington - il presidente eletto Donald Trump continua a utilizzare i social media per diffondere il “trumpensiero” sulle principali questioni di carattere nazionale e mondiale. Tra una stoccata all’Obamacare e una tirata d’orecchi alla Cina, tra una minaccia all’Iran e un rimprovero alla General Motors, il magnate del mattone ripropone all’infinito la strategia che lo ha portato alla vittoria del 4 novembre: la provocazione gratuita, la semplicità del messaggio, la ricerca del nemico esterno che funga da capro espiatorio dei mali dell’America di oggi. Laddove la politica ha bisogno di essere articolata e ragionata, dove i problemi sono estremamente complessi e frutto di una lunga serie di concause, nell’orizzonte trumpiano tutto diventa molto semplice e chiaro: e bastano 140 caratteri per fornire la ricetta politica o economica giusta per risolvere i mali degli States e del mondo intero. 
Ecco allora che nella visione del mondo del futuro inquilino della Casa Bianca basta un tweet per rimettere a posto la Cina e la sua arroganza, per disinnescare la minaccia nucleare della Corea del Nord, per far deragliare le strategie terroristiche dell’Isis, per rilanciare il settore auto americano in fuga verso il Messico, o per aggiustare le inefficienze del sistema sanitario americano.
Insomma, si può e si deve guidare un Paese a colpi di tweet. Oppure - fanno notare alcuni analisti - il tycoon newyorchese vuole continuare a dettare i tempi dell’agenda politica di fronte agli ultimi colpi di coda dell’amministrazione Obama - “dispetti” come li definisce la vulgata trumpiana - dall’ambiente alle limitazioni dell’estrazione petrolifera offshore, dall’espulsione dei 35 diplomatici russi allo storico voto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu sugli insediamenti israeliani. 
Ora dovremo attendere il 20 gennaio - giorno in cui Trump assumerà ufficialmente il potere del commander in chief - per capire se la dipendenza da Twitter di Trump sarà stata un malanno di stagione o se è destinata a diventare una patologia cronica che ci accompagnerà per i quattro anni del suo mandato. 
Nel qual caso dovremmo iniziare a preoccuparci per davvero. Perché se è vero che la classe dirigente del nuovo millennio deve per forza di cose confrontarsi con i nuovi media e imparare a utilizzarli - lo fa il Papa, lo fa Barack Obama, nel loro piccolo lo fanno anche Justin Trudeau e Matteo Renzi - come mezzo veloce per lanciare determinati messaggi bypassando i filtri mediatici tradizionali della stampa, della tv e della radio, è altrettanto assodato che la politica vera, quella con la “P” maiuscola, non la si può fare con 140 caratteri. 
Il giochetto del dare risposte semplici e banali a problemi estremamente complessi può funzionare durante le nomination o durante una campagna presidenziale, ma si inceppa quando si è al potere: perché i problemi sono reali e la canonica provocazione a 140 caratteri non li fa scomparire. 
 

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Francesco Veronesi

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