Corriere Canadese

Primo Piano

TORONTO - L’elezione di Donald Trump ha conseguenze perfino sul governo Trudeau. Si può leggere anche in questo modo la scelta del primo ministro canadese di cambiare in maniera così profonda alcuni dei ministeri chiavi del suo esecutivo dopo poco più di un anno dalla sua elezione. 
Il protagonista principale di questo rimpasto di governo è infatti senza dubbio Chrystia Freeland, che dal ministero del Commercio estero viene promossa alla guida degli Esteri. Di contro Stephane Dion è forse il principale sconfitto di questo primo anno di governo Trudeau, visto che viene sollevato dalla guida di Global Affairs per andare a fare l’ambasciatore nell’Unione Europea e in Germania. Una sorta di pensione dorata per quella che forse era stata fin dall’inizio la nomina più a sorpresa del nuovo governo liberale. Certo una bocciatura che, come altre in altri ministeri, fa rumore.
La scelta di Trudeau sembra voler sottolineare che con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio, anche il Canada avrà bisogno di un nuovo modo di rapportarsi con i vicini di casa. È finita ormai l’epoca dell’intesa assoluta con Barack Obama e nasce una nuova fase in cui i rapporti saranno senza dubbio più complessi su tanti temi, a cominciare dal Nafta per poi arrivare alle Nazioni Unite e al rispetto dell’ambiente e alla lotta al riscaldamento globale.
Sfide importanti, per le quali Trudeau ha evidentemente voluto affidarsi a uno dei personaggi più vicini a lui nel governo, quella Chrystia Freeland che lui ha voluto a tutti i costi in parlamento dopo l’addio di Bob Rae e che per lui ha portato avanti il fascicolo Ceta con l’Europa. 
Una questione molto delicata e importante per l’economia canadese che la Freeland, nonostante qualche battuta a vuoto, è riuscita a portare fino alla ratifica dell’accordo con l’Ue.
Per questo, ma soprattutto per una questione di fiducia, Trudeau ha voluto l’ex giornalista di Peace River come nuova responsabile della politica estera di Ottawa.
Al posto di Freeland al Commercio estero arriva invece l’ormai ex sottosegretario alle Finanze François-Philippe Champagne. Eletto a Saint Maurice-Champlain, il neo ministro parla tre lingue: inglese, francese e italiano. Sarà quindi lui forse a portare un minimo di italianità in un gabinetto governativo dove per l’ennesima volta Trudeau non ha ritenuto di far entrare membri di origine italo-canadese.
Champagne, un altro dei fedelissimi di Trudeau, lavorerà fianco a fianco con Freeland nei prossimi mesi per ridiscutere le relazioni con il governo americano e dovrà cercare di portare a compimento l’entrata in vigore del Ceta con l’Unione Europea. Due questioni fondamentali per il futuro di Ottawa. 
Quel che appare certo in questo rimpasto è però uno svecchiamento della classe dirigente liberale. E soprattutto la rapida ascesa al potere di Freeland, ormai senza dubbio il membro più importante e influente del governo dopo il primo ministro.
TORONTO - Alla guida della più grande potenza mondiale armato di smartphone, Twitter e i suoi ormai proverbiali 140 caratteri. In attesa del passaggio di consegne ufficiali - tra due settimane a Washington - il presidente eletto Donald Trump continua a utilizzare i social media per diffondere il “trumpensiero” sulle principali questioni di carattere nazionale e mondiale. Tra una stoccata all’Obamacare e una tirata d’orecchi alla Cina, tra una minaccia all’Iran e un rimprovero alla General Motors, il magnate del mattone ripropone all’infinito la strategia che lo ha portato alla vittoria del 4 novembre: la provocazione gratuita, la semplicità del messaggio, la ricerca del nemico esterno che funga da capro espiatorio dei mali dell’America di oggi. Laddove la politica ha bisogno di essere articolata e ragionata, dove i problemi sono estremamente complessi e frutto di una lunga serie di concause, nell’orizzonte trumpiano tutto diventa molto semplice e chiaro: e bastano 140 caratteri per fornire la ricetta politica o economica giusta per risolvere i mali degli States e del mondo intero. 
Ecco allora che nella visione del mondo del futuro inquilino della Casa Bianca basta un tweet per rimettere a posto la Cina e la sua arroganza, per disinnescare la minaccia nucleare della Corea del Nord, per far deragliare le strategie terroristiche dell’Isis, per rilanciare il settore auto americano in fuga verso il Messico, o per aggiustare le inefficienze del sistema sanitario americano.
Insomma, si può e si deve guidare un Paese a colpi di tweet. Oppure - fanno notare alcuni analisti - il tycoon newyorchese vuole continuare a dettare i tempi dell’agenda politica di fronte agli ultimi colpi di coda dell’amministrazione Obama - “dispetti” come li definisce la vulgata trumpiana - dall’ambiente alle limitazioni dell’estrazione petrolifera offshore, dall’espulsione dei 35 diplomatici russi allo storico voto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu sugli insediamenti israeliani. 
Ora dovremo attendere il 20 gennaio - giorno in cui Trump assumerà ufficialmente il potere del commander in chief - per capire se la dipendenza da Twitter di Trump sarà stata un malanno di stagione o se è destinata a diventare una patologia cronica che ci accompagnerà per i quattro anni del suo mandato. 
Nel qual caso dovremmo iniziare a preoccuparci per davvero. Perché se è vero che la classe dirigente del nuovo millennio deve per forza di cose confrontarsi con i nuovi media e imparare a utilizzarli - lo fa il Papa, lo fa Barack Obama, nel loro piccolo lo fanno anche Justin Trudeau e Matteo Renzi - come mezzo veloce per lanciare determinati messaggi bypassando i filtri mediatici tradizionali della stampa, della tv e della radio, è altrettanto assodato che la politica vera, quella con la “P” maiuscola, non la si può fare con 140 caratteri. 
Il giochetto del dare risposte semplici e banali a problemi estremamente complessi può funzionare durante le nomination o durante una campagna presidenziale, ma si inceppa quando si è al potere: perché i problemi sono reali e la canonica provocazione a 140 caratteri non li fa scomparire.